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Mancato pagamento dello stipendio? Ecco cosa può fare il lavoratore.

Pubblicato in: Diritto del Lavoro

by Antonella Marmo

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Il lavoro è un diritto di tutti, costituzionalmente garantito (art. 4 Cost.).
Se è un diritto “lavorare” dovrebbe esserlo anche esser “pagati”. Infatti, nell’ambito di un contratto di lavoro, “lavorare” significa mettere al servizio del datore di lavoro le proprie competenze ed il proprio tempo per avere in cambio un corrispettivo economico per sostentarsi. Nel quotidiano, però, accade spesso che il lavoratore non venga pagato.
Indipendentemente dalle ragioni che hanno causato una situazione di questo tipo (siano esse legate ad un momento di crisi aziendale, alla crisi economica generale, oppure alla semplice disonestà del proprio datore di lavoro) cosa può fare il lavoratore in questi casi?

Il lavoratore “senza stipendio” deve sapere che può sempre obbligare il proprio datore di lavoro a pagargli quanto dovuto. Del resto, corrispondere la retribuzione è l’obbligazione principale del datore e il non provvedervi tempestivamente configura un inadempimento grave.

Ma quando il datore di lavoro può essere considerato davvero “in ritardo”? Esiste un termine legale da dover rispettare per il pagamento dello stipendio?

Il giorno 10 del mese successivo a quello in cui si è lavorato è il termine più diffuso nella prassi. Tuttavia, i contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), ciascuno per la propria categoria, prevedono termini differenti: alcuni fissano il giorno 5 del mese successivo altri il giorno 27 dello stesso mese della prestazione (basti pensare al pubblico impiego) ecc. ecc.
In ogni caso, in mancanza di una norma specifica e di dettaglio, vale sempre la regola che la retribuzione debba essere corrisposta nel momento in cui la prestazione stessa sia stata eseguita e conclusa. Ad esempio, per il caso del lavoro dipendente, la cadenza di paga è normalmente mensile proprio perché la prestazione periodica si ritiene conclusa l’ultimo giorno di ciascun mese.
Appurato quindi che il datore di lavoro non stia rispettando l’obbligo di pagamento periodico e tempestivo dello stipendio, sarà possibile attivarsi chiedendo l’intervento di un legale per ottenere quanto dovuto.

Spesso però il lavoratore ha paura a domandare l’intervento di un legale perché teme di subire ripercussioni.

Allora, è bene che il lavoratore sappia anche che oltre all’azione di recupero del credito, il lavoratore che non riceve la retribuzione potrebbe dimettersi per giusta causa, anche senza obbligo di preavviso (ove previsto dal CCNL applicabile), con la possibilità di ottenere l’indennità di disoccupazione: la cosiddetta “Naspi” (per stato di disoccupazione non imputabile al lavoratore).

Il lavoratore che receda per giusta causa (rassegnando le proprie dimissioni in tronco) conserva anche il diritto a percepire l’indennità sostitutiva del mancato preavviso (a titolo di indennizzo per la mancata percezione delle retribuzioni per il periodo necessario al reperimento di una nuova occupazione).

Tuttavia, questi diritti possono venire meno in caso di inerzia protratta del lavoratore. Infatti, è bene considerare che un prevalente orientamento giurisprudenziale, considera che le dimissioni rese dopo diversi mesi di tolleranza del mancato pagamento dello stipendio non possano essere un “recesso per giusta causa”.

Se il non aver ricevuto il pagamento di un solo stipendio potrebbe rivelarsi troppo poco per giustificare il recesso, sei mesi di mancata retribuzione potrebbero configurare una specie di accettazione implicita dell’inadempimento, con tutte le conseguenze ed i pregiudizi del caso.

In linea di massima quindi, quando il lavoratore vede messa in pericolo la propria garanzia di sostentamento, dovrebbe attivarsi per compiere consapevolmente tutte le attività, anche legali, per salvaguardare se stesso e la propria famiglia.

L’intervento di un legale con una diffida di pagamento, potrebbe essere il giusto calcio d’inizio per misurare l’atteggiamento del datore e prendere consapevolezza di quella che è la reale situazione in azienda.

In caso di atteggiamento scarsamente collaborativo del datore, la migliore soluzione potrebbe rivelarsi semplicemente un’azione di recupero coattivo delle somme dovute, rapida ed incisiva (mediante decreto ingiuntivo e pignoramento), contando sul privilegio attribuito dalla Legge ai crediti da lavoro in caso di concorso con altri creditori. Inoltre, rivolgendosi ad un esperto si potrà contare su di ulteriori garanzie legali (come le indennità descritte) e sociali (come la Naspi) offerte dal nostro Ordinamento ai lavoratori.

Data di pubblicazione: 23 Gennaio 2018

Antonella Marmo

Avvocato dello studio legale Canella Camaiora, iscritta all’Ordine di Milano, si occupa di Diritto Commerciale e del Lavoro.

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