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Il caso Berlusconi-Lario e il suo impatto sull’assegno divorzile.

Pubblicato in: Famiglia

by Daniele Camaiora

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In passato ebbi già modo di parlare di quella che, almeno sulla carta, avrebbe potuto (e dovuto) essere la portata dirompente della Sentenza della Cassazione nr. 11504 del 10 maggio 2017, con cui la Suprema Corte aveva abbandonato il parametro del tenore di vita matrimoniale in favore del parametro dell’autosufficienza economica.

Ebbi altresì modo di esprimere il mio scetticismo sul fatto che ben difficilmente i Tribunali di merito avrebbero piattamente recepito le innovative indicazioni della Cassazione, e sono stato buon profeta (cfr., per esempio, la Sentenza del Tribunale di Roma, Sezione I civile, del 7 luglio 2017, in cui il Collegio ha determinato l’assegno divorzile cercando di barcamenarsi fra tenore di vita e autosufficienza economica, ma finendo abbastanza chiaramente con l’ammiccare al primo criterio).

L’epilogo del caso Berlusconi-Lario

La questione è d’assoluta attualità, visto che recente è l’esito del procedimento che ha portato la Suprema Corte di Cassazione a confermare la sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano (Sezione V civile, nr. 4793 del 16/11/2017) aveva condiviso il nuovo orientamento, cancellando il contributo al coniuge economicamente autosufficiente e disponendo che l’assegno divorzile ricevuto dalla Lario ogni mese non fosse legittimo e dovesse pertanto essere revocato.

La “novella povera” Miriam Raffaella Bartolini (meglio nota, appunto, come “Veronica Lario”), era stata inoltre condannata a restituire all’ex marito quanto percepito a decorrere dal marzo 2014, ovvero dalla data di divorzio, per un totale di circa 60 milioni di Euro.

Non so per certo se la ex dama del Cavaliere potrà fronteggiare questo onere restitutorio, ma sono moderatamente ottimista, atteso che – come han giustamente sottolineato anche i Giudici – al momento del divorzio, fra le altre cose, la Lario poteva disporre di una liquidità pari a circa 16 milioni di Euro (gioielli e altro) oltre a un esorbitante patrimonio immobiliare.

L’eccezionalità del caso

Tutto molto intrigante, davvero: 60 milioni di qua, 16 milioni di là, gioielli, villoni, sembra di essere davanti alla TV a vedere Dallas, o Dynasty, o un’altra di quelle serie che ci appassionarono (o ammorbarono, dipende dai punti di vista) negli anni ’80… ma qual è – se c’è – lo specifico insegnamento aggiuntivo che l’ordinanza in esame (nr. 21926 del 16/05/2019) può dare al fine di dirimere le ben più delicate controversie che affliggono la gente comune?

Tolte le giovanissime leve (per cui, forse, davvero qualcosa si sta muovendo nel verso della concreta ed effettiva parità dei sessi) e tolti ovviamente i ricconi (la Lario può serenamente campare delle sue sostanze), la Cassazione ci offre delle concrete indicazioni a beneficio di chi deve divorziare e appartiene alla classe media, tendenzialmente nella fascia d’età sopra indicata? A beneficio di quelle coppie in cui il coniuge debole, spesso la donna, in virtù di scelte – magari anche condivise! – fatte in nome della famiglia, ha (già) subito per anni tutta una serie di danni alla sua “capacità lavorativa” (e sua conseguente possibilità di autosufficienza economica)?

Perché è vero che a prescindere dal tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, dopo – per ipotesi – 15/20 anni di assenza dal mondo del lavoro, una persona può ben trovarsi in difficoltà, e con una capacità reddituale magari bastevole per raggiungere l’autosufficienza, ma inferiore rispetto a quella di cui avrebbe potuto disporre al momento dell’unione (avendo rinunciato ad aggiornamenti professionali, avanzamenti di carriera, eccetera).

Posto che non fu sicuramente giusto consentire che il criterio del tenore di vita matrimoniale venisse sfruttato in modo predatorio, per “sistemarsi”, non credo sia nemmeno giusto che il criterio dell’autosufficienza economica (inteso in senso stretto) faccia ricadere solo su un coniuge il peso economico del fallimento familiare.

L’insegnamento della Cassazione

Ebbene, credo che la Suprema Corte sia ritornata sulla materia spendendosi in modo più chiaro e approfondito, fornendo – pur tenuto conto dell’eccezionalità del caso – un esempio interpretativo che i Tribunali di merito potrebbero seguire per evitare il perpetrarsi di ingiustizie e storture anche in casi molto più “umili”.

La Suprema Corte, infatti, ha osservato che Berlusconi assolse ai propri obblighi di assistenza economica in favore della ex moglie già in corso di matrimonio, costituendo in suo favore un patrimonio mobiliare e immobiliare di eccezionale valore; gli Ermellini, inoltre, hanno evidenziato come pur non essendo in discussione che la Lario avesse «assunto un ruolo prevalente se non esaustivo nella conduzione della vita familiare, in particolare esplicata nella funzione educativa oltre che di cura ed assistenza dei figli, e che questo sia stato il frutto della comune volontà dei coniugi di differenziazione dei ruoli, deve escludersi l’interferenza causale di ciò sulla condizione economico patrimoniale della ricorrente [la Lario, appunto – NdR]».

Insomma, mi pare di poter dire che – in assenza di un quanto mai auspicabile intervento normativo come si deve – la Cassazione stia qui affermando il principio per cui, nella determinazione (o meno) dell’assegno divorzile, si potrà e dovrà tenere senz’altro in considerazione quanto marito e moglie avranno fatto in costanza di coniugio al fine di preservare l’uno e l’altra dai negativi effetti di un’eventuale separazione.

Certo, nel caso Berlusconi-Lario questa valutazione deve essere stata tutto sommato facile, ma potrebbe comunque trattarsi di un criterio “ripetibile”. Noi di Canella Camaiora, al solito, non mancheremo di tenervi informati sulle evoluzioni giurisprudenziali in questo settore così delicato.

Data di pubblicazione: 4 Settembre 2019

Avv. Daniele Camaiora

Avvocato Daniele Camaiora

Senior Partner dello studio legale Canella Camaiora, iscritto all’Ordine degli Avvocati di Milano e Cassazionista, appassionato di Nuove Tecnologie, Cinema e Street Art.

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