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Lo strano caso di Banksy contro il MUDEC di Milano

Pubblicato in: Autori e Copyright

by Daniele Camaiora

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Il marchio può rivelarsi uno strumento potentissimo anche per proteggere il Diritto d’Autore, lo sanno bene pure in seno alla Pest Control Office Ltd., la società incaricata in via esclusiva dell’amministrazione e tutela dei diritti dello street artist più famoso del Mondo.

Nonostante Banksy abbia sempre dichiarato di voler prendere le distanze dal copyright

 

e dal sistema capitalistico in generale,

Trademarks, intellectual property rights and copyright law mean
advertisers can say what they like wherever they like with total impunity.
Fuck that.
Any advert in a public space that gives you no choice whether you see it or not is yours.
It’s yours to take, re-arrange and re-use.
You can do whatever you like with it.
Asking for permission is like asking to keep a rock someone just threw at your head
.
– BANKSY
Marchi, diritti di proprietà intellettuale e diritto d’autore fanno in modo che
i pubblicitari possano dire ciò che vogliono, ovunque vadano, con totale impunità.
’Fanculo.
Qualsiasi messaggio pubblicitario in uno spazio pubblico che non ti dia alcuna scelta se vederlo o meno è tuo.
È tuo da prendere, modificare e riutilizzare.
Ci puoi fare quello che vuoi.
Chiedere il permesso sarebbe come chiedere il permesso di conservare un sasso che qualcuno ti ha appena scagliato verso la testa
.
– BANKSY (trad. CANELLA CAMAIORA)

ha deciso di affidarsi a dei fiduciari che ne gestiscono con attenzione e perizia i diritti di proprietà intellettuale.

La causa “contro il MUDEC”

Ecco quindi che la Pest Control Office Ltd. ha deciso di instaurare un giudizio cautelare e d’urgenza avanti il Tribunale di Milano (RG nr. 52442/2018) contro la 24 Ore Cultura Srl, la società che ha organizzato presso il MUDEC di Milano la mostra “A VISUAL PROTEST. The art of Banksy.”, da poco conclusasi (ma la causa è stata instaurata mentre l’evento era ancora in corso).

Gli organizzatori della mostra non hanno mai fatto mistero della circostanza che la stessa non fosse autorizzata dall’artista, ma – a fronte dell’ideologia da sempre professata da Banksy, così abdicativa del copyright – per quale motivo i fiduciari del grande street artist si sono rivoltati contro la mostra?

La Pest Control Office Ltd. ha dedotto di essere titolare di vari marchi (registrati anche per il merchandising), fra cui il segno denominativo “Banksy” e numerosi marchi figurativi, corrispondenti ad alcune delle opere più celebri dell’artista (“Flower Thrower” e “Balloon Girlin primis).

Le doglianze dei fiduciari dell’artista riguardavano il fatto che il titolo della mostra e il relativo materiale promo-pubblicitario, così come gli oggetti di merchandising commercializzati, riproducessero i marchi registrati con evidente preponderanza sull’aspetto artistico.

Gli organizzatori della mostra, dal canto loro, si sono difesi sostenendo che la rassegna presentava al pubblico esemplari realizzati e posti in commercio dallo stesso Banksy, e che comunque l’attività dell’artista è caratterizzata dalla rinuncia al copyright: non solo per la permanente ubicazione in luoghi pubblici della maggior parte delle opere, ma anche per espressa presa di posizione dell’artista di Bristol.

La decisione del Giudice Delegato, Dott. Claudio Marangoni

Ebbene, con ordinanza del 15 gennaio 2019, il Tribunale di Milano (Sezione specializzata in materia d’Impresa) ha dato in gran parte ragione al MUDEC.

In particolare, il Dott. Marangoni ha:
◙ rigettato le domande di Pest Control Office Ltd. concernenti l’inibitoria e il sequestro del materiale di comunicazione recante il marchio “Banksy” e i marchi raffiguranti le opere “bambina con il palloncino” e “lanciatore di fiori”;
◙ respinto le domande di sequestro e inibitoria concernenti il catalogo della mostra;
◙ accolto invece la domanda di inibitoria relativa a cinque articoli di merchandising (una agendina, un segnalibro, due cartoline e una gomma per cancellare).

Il Giudice ha sottolineato come la mostra fosse dedicata a un singolo artista, e ha quindi precisato che «l’evidenziazione del nome dell’artista cui la mostra è dedicata è pratica del tutto normale nel settore», servendo «ad evidenziare lo stesso contenuto dell’esposizione e quindi ad orientare il pubblico rispetto all’oggetto della stessa». Le medesime considerazioni valgono a rendere legittima la pubblicazione e commercializzazione del catalogo.

Di segno contrario, ma pienamente coerente, la decisione del Tribunale meneghino nel ritenere invece che l’apposizione dei segni identici ai marchi sul materiale di merchandising della mostra risultasse eseguita in violazione dei diritti derivanti da tali registrazioni a Pest Control Office Ltd., atteso che «l’apposizione di tale segno a prodotti del tutto generici e di comune consumo senza alcuna specifica attinenza all’ambito dell’esposizione rendono evidente che la sola apposizione del nome in questione ne caratterizza integralmente l’aspetto distintivo», con conseguente inibitoria finalizzata a far cessare immediatamente la vendita di prodotti (diversi dal catalogo) che riproducessero i marchi di Banksy.

Incoerenza di Banksy?

Molti commentatori hanno fatto notare come l’azione giudiziaria intentata dai fiduciari di Banksy sembri denotare una certa “incoerenza” rispetto a plurime dichiarazioni (anche molto recenti) dell’artista: Banksy non ha mai chiesto il permesso a nessuno per l’utilizzo e la rielaborazione – spesso aspramente satirica – di immagini, marchi e opere altrui, perché adesso altri non dovrebbero comportarsi allo stesso modo nell’appropriazione e nello sfruttamento delle sue opere?

Ad avviso di chi scrive, la risposta alla domanda sta nel diverso trattamento che l’artista ha riservato alla mostra fiorentina “BANKSY – This is not a photo opportunity.”, allestita al Palazzo Medici Riccardi. Gli organizzatori della mostra di Firenze, infatti, non hanno prodotto merchandising e non hanno pubblicato un catalogo della mostra.

In buona sostanza, sembra che il grande street artist voglia evitare che la sua arte venga trasformata in qualcosa di commerciale, che venga incatenata a quei meccanismi capitalistici che l’artista ha sempre detestato e continua a detestare.

A voler scavare nel tecnicismo giuridico, ci sembra che Banksy seguiti a prendere le distanze dagli aspetti patrimoniali del Diritto d’Autore (ovvero il copyright) per lanciarsi invece nella difesa a spada tratta della paternità autoriale, ovvero quell’aspetto morale del Diritto d’Autore così tipico dei paesi di civil law, ma ignoto alla common law; quel diritto per cui l’opera deve restare integra, dedicata alla destinazione per cui l’artista l’ha creata.

Per combattere questa battaglia, Banksy (più correttamente, la Pest Control Office Ltd.) non ha instaurato una causa basata sul Diritto d’Autore, ma ha scelto l’arma del marchio d’impresa, strategia che fra l’altro gli ha permesso di non rivelare il suo vero nome, evenienza che avrebbe messo irrimediabilmente fine all’alone di mistero che circonda il celebre artista.

Ciò che è curioso, e che fa sorridere, è che c’è un altro soggetto ben noto agli esperti del settore per l’utilizzo difensivo dei marchi in luogo del Diritto d’Autore, e si tratta proprio di uno dei principali bersagli della satira di Banksy: da tempo, infatti, The Walt Disney Company – stante l’avvicinarsi dello spirare del copyright in molte giurisdizioni – ha cominciato a registrare come marchi i suoi beniamini!

Data di pubblicazione: 3 Luglio 2019

Avv. Daniele Camaiora

Avvocato Daniele Camaiora

Senior Partner dello studio legale Canella Camaiora, iscritto all’Ordine degli Avvocati di Milano e Cassazionista, appassionato di Nuove Tecnologie, Cinema e Street Art.

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