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L’uso dell’immagine di personaggi noti per mostre ed esposizioni a pagamento

Pubblicato in: Proprietà Intellettuale
di Arlo Canella
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La sentenza della Suprema Corte n. 36106/2023 è particolarmente rilevante perché affronta il tema della libertà d’uso dell’immagine di personaggi noti nell’ambito di iniziative a pagamento, come mostre ed esposizioni private con finalità culturali.

L’utilizzo dell’immagine di un personaggio noto per una mostra a pagamento è lecito?

La sentenza della Suprema Corte n. 36106/2023 si focalizza sull’utilizzo, se risulti legittimo oppure no, dell’immagine di un noto calciatore nell’ambito di una mostra-museo, a pagamento, ma con una finalità celebrativa e culturale. La sentenza è rilevante perché stabilisce un precedente importante su come le finalità culturali e non commerciali possano giustificare l’uso pubblico dell’immagine di una persona nota senza il suo consenso ai sensi dell’art. 97 legge autore.

Il caso affrontato dalla sentenza riguarda quindi la controversia tra un celebre calciatore e la società a responsabilità limitata, gestore dello stadio, che ospita una mostra-museo dedicata ai campioni del calcio milanese, tra cui figurano cimeli e immagini del calciatore stesso. Quest’ultimo ha contestato l’uso non autorizzato della sua immagine, affermando che tale uso fosse abusivo e a scopo di lucro, dato che l’accesso alla mostra era a pagamento (sette euro, con agevolazioni per i minori di 16 anni e per gli anziani).

Il Tribunale di Milano inizialmente ha dato ragione al calciatore, condannando la società al risarcimento danni per utilizzo abusivo dell’immagine. Tuttavia, la Corte di Appello di Milano ha ribaltato questa decisione, giudicando l’uso dell’immagine come non commerciale e pertanto lecito, poiché inserito in un contesto museale con finalità celebrative e culturali, senza scopo di lucro preminente (ingresso sette euro, con agevolazioni per i minori di 16 anni e per gli anziani).

Il calciatore ha quindi presentato ricorso alla Corte di Cassazione, contro la decisione della Corte d’Appello, sostenendo che la definizione di “museo” applicata dalla Corte di Appello non fosse appropriata né conforme alla legge, e che il prezzo del biglietto implicasse un intento lucrativo non ammesso dalla legge.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l’interpretazione della Corte di Appello sulla natura non commerciale dell’esposizione, sottolineando che l’uso dell’immagine rientra nei fini culturali previsti dall’articolo 97 della legge sul diritto d’autore, e che quindi non necessita del consenso dell’interessato. La decisione, però, ha sottolineato l’importanza di considerare la finalità dell’esposizione piuttosto che la mera etichetta di “museo“, e ha concluso che non vi fosse scopo di lucro specifico nella gestione della mostra, basandosi su una valutazione complessiva delle circostanze del caso. Vediamole più in dettaglio.

Qual è il quadro normativo di riferimento?

Gli articoli 96 e 97 della legge italiana sul diritto d’autore sono inseriti all’interno della Legge n. 633 del 22 aprile 1941, che regola i diritti relativi alla proprietà intellettuale e al diritto d’autore. Questa legge è essenziale per la protezione delle opere dell’ingegno di carattere creativo, sia letterario, musicale, artistico che scientifico, e comprende anche la protezione dell‘immagine delle persone (c.d. disciplina del ritratto).

  • Articolo 96 – Stabilisce che l’utilizzo dell’immagine di una persona non può avvenire senza il suo consenso, salvo nei casi specificatamente previsti dalla legge. Il principio di base è la protezione della privacy e della dignità individuale contro l’uso non autorizzato delle immagini.
  • Articolo 97 – Introduce eccezioni alla regola generale del consenso obbligatorio. Permette l’uso dell’immagine di una persona senza consenso quando l’uso è giustificato da scopi di cronaca, di giustizia o di polizia, o quando è collegato a fatti, avvenimenti e cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. L’articolo contempla anche l’uso per scopi scientifici, didattici o culturali, purché tale uso non pregiudichi l’onore, la reputazione o il decoro della persona interessata.

L’articolo 96 pone una regola generale di protezione, mentre l’articolo 97 modula questa protezione introducendo una serie di eccezioni che riconoscono l’importanza dell’espressione libera e dell’interesse pubblico in determinati contesti.

Il disposto dell’art. 97 prevede che: “Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, o quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione od anche al decoro della persona ritrattata.

La ratio legis dell’articolo 97 è di bilanciare la protezione della privacy e dell’immagine delle persone con le necessità di pubblica informazione e l’uso legittimo in contesti culturali, scientifici e didattici. Questo articolo funge da eccezione alla regola generale imposta dall’articolo 96, permettendo l’uso dell’immagine altrui senza consenso esplicito, ma solo sotto specifiche condizioni (che escludono però scopi commerciali e pubblicitari).

La “finalità culturale” rende superfluo il consenso?

Nel caso in esame, la Suprema Corte (n. 36106/2023) ha confermato l’interpretazione della Corte d’Appello, la quale aveva evidenziato che l’esposizione dell’immagine del calciatore all’interno dello stadio non perseguiva uno scopo di lucro, ma mirava piuttosto a far rivivere ai tifosi la gloria dei campioni del passato“.

Ad avviso degli Ermellini, tale uso rientra pienamente nelle finalità celebrative e culturali ammesse dalla legge, particolarmente quelle delineate dall’articolo 97 della Legge n. 633 del 1941 sul diritto d’autore.

La Corte ha concordato con la Corte d’Appello, constatando che il prezzo del biglietto, fissato a 7 Euro, era destinato a coprire i costi di gestione della mostra e non rappresentava una fonte di profitto. Questo dettaglio corrobora la natura non commerciale dell’iniziativa, sottolineando che l’obiettivo primario era educativo e di pubblico interesse piuttosto che di guadagno economico.

La Suprema Corte ha precisato che l’applicazione dell’articolo 97 non dipende dalla classificazione formale dello spazio espositivo come “museo”. Ciò che conta è che l’esposizione serva scopi “scientifici, didattici o culturali“, e in questo contesto, il termine ‘museo’ è stato utilizzato in senso lato per indicare il carattere educativo e culturale dell’esposizione, non necessariamente legato a una definizione legislativa stretta.

Inoltre, la Corte ha considerato che escludere il calciatore dalla mostra avrebbe potuto danneggiare la sua immagine pubblica, e non il contrario. Essendo la sua figura storica di rilevante interesse pubblico, gli spettatori si sarebbero stupiti più della sua assenza che del suo prevedibile inserimento. Pertanto, l’inclusione dell’immagine del calciatore contribuiva positivamente non solo alla sua reputazione ma anche all’arricchimento culturale del pubblico. 

La decisione finale di rigettare il ricorso del calciatore si basa sulla constatazione che l’esposizione si inquadra adeguatamente nelle esenzioni previste dalla normativa sul diritto d’autore. L’accento posto dalla Corte non è sulla classificazione tecnica dell’esposizione come museo, ma sulla sua sostanza e finalità intrinseche, che sono di natura educativa e culturale.

Qual è l’impatto della sentenza sullo sfruttamento dell’immagine altrui?

La recente sentenza Suprema Corte (n. 36106/2023) ha stabilito nuovi parametri per l’utilizzo delle immagini di personaggi noti, distinguendosi per la sua flessibilità rispetto a diversi precedenti giudiziari.

Nel 2009, il Tribunale di Bari condannò un partito politico a risarcire 175.000 euro a Liliana De Curtis, figlia di Totò. Durante una campagna elettorale, il partito aveva utilizzato l’immagine di Totò in manifesti con lo slogan ‘E io pago!’, riferendosi a una recente vicenda giudiziaria che aveva colpito l’avversario politico. Il Tribunale aveva ritenuto che l’uso dell’immagine di Totò in questo contesto fosse un abuso, non giustificato da alcuna delle esenzioni previste dall’articolo 97 della Legge n. 633/1941, in quanto l’uso aveva chiare finalità politiche e pubblicitarie, non rientrando in quelle culturali, educative o di pubblico interesse.

Nel 2019, il Tribunale di Torino aveva stabilito che la società [omissis] non poteva usare l’immagine di Audrey Hepburn su T-shirt senza il consenso degli eredi. Le magliette, che ritraevano l’attrice in pose “non consone”, avevano chiaro intento commerciale, violando i diritti di immagine regolati dall’articolo 97. La sentenza aveva sottolineato che l’uso dell’immagine di una persona nota, senza consenso, è legittimo solo se legato a scopi di interesse pubblico o per finalità educative, culturali o scientifiche, che non erano presenti in quel caso.

Questo recente orientamento giurisprudenziale offre quindi  una maggior flessibilità per chi desideri organizzare mostre o esposizioni che celebrano personaggi noti. Ad esempio, una ONLUS che intenda mantenere viva la memoria di un personaggio deceduto attraverso una mostra potrebbe farlo legittimamente, interpretando l’evento come un’iniziativa culturale ed educativa, rientrante nelle esenzioni previste dalla legge.

La sentenza fornisce un precedente importante per gli operatori del diritto, enfatizzando l’importanza di valutare attentamente le finalità dell’uso delle immagini, che deve essere chiaramente non lucrativo e orientato al bene comune.

I personaggi noti, d’altronde, dovranno muoversi con maggiore cautela, poiché lo spazio per utilizzare le loro immagini in contesti culturali e non lucrativi si fa apparentemente più ampio. Ogni uso non autorizzato delle loro immagini a scopi commerciali rimane proibito, ma devono anche considerare che usi culturali e non remunerativi possono non necessitare di consenso.

Riproduzione riservata ©
Data di pubblicazione: 27 Aprile 2024
Avv. Arlo Cannela

Avvocato Arlo Canella

Managing Partner dello studio legale Canella Camaiora, iscritto all’Ordine degli Avvocati di Milano, appassionato di Branding, Comunicazione e Design.
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