approfondimento
-
Tempo medio di lettura 18'

Isabella di Castiglia, la prima Venture Capitalist

Pubblicato in: Proprietà Intellettuale
di Arlo Canella
Home > Isabella di Castiglia, la prima Venture Capitalist

Questo articolo racconta la memorabile impresa finanziata da Isabella di Castiglia, adoperando ironicamente un’analogia storica per riflettere su moderni aspetti legati al Venture Capital, quali le idee rivoluzionarie, il loro finanziamento e la proprietà intellettuale associata ad esse.

Il rischio di chi finanzia idee “senza precedenti”

Alle origini di ogni grande innovazione vi è sempre un salto nell’ignoto, una sfida che in pochi osano cogliere. La leggenda narra come Cristoforo Colombo, stando in piedi sul molo, stesse spesso ad osservare le navi in arrivo. Le imbarcazioni prima mostravano la punta dell’albero maestro e poi, poco a poco, la chiglia per intero. Ebbene, dall’osservazione di questo fenomeno (che in realtà non può essere percepito ad occhio nudo) il mito vuole che Colombo avesse tratto l’ispirazione di raggiungere le Indie più rapidamente, grazie alla curvatura del globo terrestre, navigando direttamente verso ovest, anziché tramite la circumnavigazione dell’africa, andando verso est.

Tutto sommato, questo slancio verso l’ignoto è un fenomeno ricorrente nelle Startup innovative: un’idea molto rischiosa, sostenuta da pochi, con una remunerazione altissima in caso di successo. 

In questa analogia, Isabella di Castiglia rappresenta la figura del moderno Venture Capitalist. Nonostante le molteplici incertezze, fu infine lei a finanziare l’impresa di Colombo, riconoscendo il potenziale della sua idea e il significativo ritorno economico e strategico che essa avrebbe potuto generare per il suo paese.

Il ruolo di Isabella è determinante nella vicenda e sottolinea un elemento imprescindibile nel Venture Capital: il rischio. Investire in idee innovative, soprattutto in quelle “senza precedenti”, quelle che sfidano le convenzioni accettate, comporta sempre un alto grado di incertezza. I venture capitalist, del resto, sono costantemente alla ricerca di progetti che, sebbene rischiosi, possano portare a cambiamenti paradigmatici e offrire ritorni esponenzialmente superiori rispetto agli investimenti più tradizionali.

Ovviamente, nell’ambito del Venture Capital contemporaneo, il rischio viene contemperato dai fondi attraverso l’investimento in un portfolio diversificato di società e progetti, confidando nel fatto che il prodigioso ritorno economico anche da uno solo di essi, possa remunerare il fallimento  degli altri.

Il finanziamento dell’impresa di Colombo da parte di Isabella di Castiglia, quindi, può essere visto come un esempio primitivo di Venture Capital: un investimento audace in un’impresa decisamente rischiosa, spinta soprattutto dall’intuito e dalla tenacia dell’imprenditore, piuttosto che da dati concreti e immediatamente verificabili. 

Infatti, Colombo, dopo essere stato respinto dal re Giovanni II di Portogallo e aver perso la prima moglie, aveva lasciato il Portogallo per trasferirsi in Spagna. Qui aveva iniziato un lungo percorso di negoziazioni, contattando diverse figure influenti come il duca di Medina Sidonia e, solo infine, la regina Isabella di Castiglia, la quale, dopo molteplici tentativi e non senza resistenze, decise di finanziare il suo “viaggio nelle Indie”.

In verità, la spedizione di Colombo fu finanziata da più soggetti ma fu il sostegno della regina a decretare l’effettivo avvio dell’impresa . La somma necessaria per l’armamento era pari a circa due milioni di maravedí e fu coperta per metà dalla corte di Castiglia e per metà da Colombo stesso che, a sua volta, fu finanziato dal Banco di San Giorgio e dal mercante fiorentino Giannotto Berardi

Questo importo, sebbene modesto anche per l’epoca – secondo un calcolo approssimativo tra i ventimila e i sessantamila Euro di oggi – sottolinea ancora di più la temerarietà dell’impresa e la natura collaborativa e multilivello dei finanziamenti nei progetti ad alto rischio. Il ruolo di Isabella di Castiglia, tuttavia, mette in risalto la natura decisiva del sostegno finanziario nelle prime fasi di un’impresa. A volte, occorre investire in idee e persone in grado di pensare fuori dagli schemi, andando oltre ciò che riteniamo convenzionalmente possibile.

Dopo la firma dell’accordo, Colombo si affrettò a raggiungere Palos dove allestì la sua flotta composta dalle tre celeberrime caravelle,  la Santa Maria, la Pinta e la Niña, apprestandosi a partire per una delle più importanti spedizioni della storia umana.

La Startup di Colombo

Negli accordi con i reali di Spagna del 17 aprile 1492 Colombo riuscì a dettare le sue condizioni in caso di esito favorevole. In concreto l’accordo prevedeva che Colombo avrebbe ottenuto il titolo di ammiraglio nonché la carica di futuro viceré e “governatore delle terre scoperte” con una royalty garantita pari al 10% di tutti i traffici marittimi a venire.

Prima che l’accordo venisse siglato è chiaro che Isabella valutò attentamente la proposta di Colombo attraverso criteri che possiamo immaginare simili a quelli usati dai moderni venture capitalist, sebbene contestualizzati al XV secolo.

La proposta di Colombo di aprire una nuova rotta verso le Indie rappresentava un’enorme opportunità commerciale, che all’epoca era dominata da potenze marittime come il Portogallo.

La “rotta diretta verso ovest” era, in un certo senso, un’innovazione “disruptive rispetto alle rotte che prevedevano enormi distanze via terra o la circumnavigazione dell’Africa perché avrebbe potuto rafforzare enormemente il posizionamento della Spagna sullo scacchiere mondiale.

Anche la determinazione e la perseveranza di Colombo furono essenziali. Infatti, Isabella doveva essere persuasa e fidarsi della capacità e del carisma di Colombo nel guidare la missione. Vale la pena di ricordare che, il 10 ottobre 1492, Colombo dovette fronteggiare un ammutinamento del suo equipaggio, che riuscì molto faticosamente sedare mediante un accordo, dovuto alla perdita di fiducia del team, alla navigazione prolungata e all”incertezza geografica”. L’investimento era ad alto rischio, senza dubbio, ma altrettanto alto era il potenziale di rendimento. Isabella era consapevole che il successo avrebbe potuto non solo aumentare la ricchezza e il prestigio del regno di Castiglia ma anche espandere significativamente i suoi territori.

Nonostante il fascino di questa analogia, veniamo invece ai criteri di valutazione che verrebbero adottati oggi, da un moderno Venture Capitalist:

  • Mercato: i Venture Capitalist cercano Startup che indirizzano mercati grandi e in crescita. Valutano il TAM (Total Addressable Market), SAM (Serviceable Available Market) e SOM (Serviceable Obtainable Market) per comprendere il potenziale di crescita della startup.
  • Prodotto/Servizio: è fondamentale che il prodotto o servizio offerto dalla Startup sia non solo innovativo ma anche superiore alle alternative esistenti. I Venture Capitalist cercano prodotti con caratteristiche uniche, che soddisfino bisogni non ancora soddisfatti e che siano difficilmente replicabili.
  • Team: il team è spesso considerato un elemento critico e decisivo. Si valutano le competenze, l’esperienza e la “chimica” tra i founder, poiché tendenzialmente sono le persone a guidare l’azienda verso il successo o il fallimento.
  • Scalabilità: un aspetto imprescindibile, definitorio, per le Startup è la scalabilità del modello di business. I venture capitalist vogliono investire in aziende che possono crescere rapidamente, senza che i costi aumentino proporzionalmente con i ricavi.
  • Proprietà Intellettuale: Infine, la protezione della proprietà intellettuale – quando esiste e viene adeguatamente tutelata – è sempre un fattore chiave, specialmente per le startup nei settori tecnologico, biotecnologico e farmaceutico.

I brevetti e altri diritti di proprietà intellettuale, infatti,  possono offrire un vantaggio competitivo duraturo e sono spesso indispensabili per difendere la tecnologia e gli investimenti dell’azienda.

Insomma, sia nel XV secolo che oggi, l’obiettivo rimane lo stesso: identificare opportunità con il massimo potenziale di ritorno sull’investimento, bilanciando correttamente rischi ed opportunità.

Non basta essere i primi, meglio avere l’esclusiva!

L’idea di Cristoforo Colombo di “navigare verso ovest per raggiungere le Indie” era senza dubbio innovativa, ma nell’arena del Venture Capital e dell’innovazione tecnologica, avere un’idea rivoluzionaria è solo il primo passo. La vera forza competitiva nasce quando si è nella condizione di monopolizzare un’idea, ovvero di essere gli unici a poterla mettere in atto sul serio.

La proprietà intellettuale (PI) include una serie di istituti giuridici che attribuiscono al titolare del diritto, sia esso l’autore di un’opera originale (tutelata dal copyright) o di un’invenzione (tutelata mediante un brevetto), l’esclusiva sul suo utilizzo e sfruttamento commerciale per un tempo determinato, prestabilito dalla legge. La durata della protezione legale varia a seconda dell’istituto giuridico coinvolto (invenzioni, utilità, design, copyright ecc.).

Immaginiamo uno scenario distopico in cui Colombo avesse inventato il motore a scoppio e l’avesse brevettato prima di intraprendere il suo viaggio verso le Indie, orientali o occidentali che fossero. Tralasciando ovvi problemi di carburante, con questo vantaggio tecnologico e la protezione brevettuale, avrebbe potuto monopolizzare completamente la nuova rotta marittima e sbaragliare la concorrenza. Questa esclusiva avrebbe non solo accelerato i suoi viaggi ma anche consolidato una posizione di dominio nel commercio internazionale della casa di Castiglia.

Solo al termine dell’esclusiva prevista dalla legge, infatti, l’innovazione cade in pubblico dominio e chiunque può godere dell’innovazione. In termini di analisi economica del diritto, i diritti di proprietà intellettuale tendono così a stimolare l’innovazione, garantendo agli innovatori una “rendita monopolistica”. Questo incentiva gli innovatori a continuare a investire in ricerca e sviluppo, poiché altrimenti, se l’innovazione cadesse immediatamente in pubblico dominio, non vi sarebbe alcun incentivo ad innovare.

Il monopolio garantito dai brevetti, ad esempio, impedisce ai competitor di sfruttare o commercializzare il prodotto o il procedimento brevettato, senza il consenso del titolare del brevetto stesso. Per questo motivo, per utilizzare un brevetto altrui occorre pagare una royalty, altrimenti si rischia di dover risarcire i danni e di essere condannati per contraffazione di brevetto. Da ciò consegue che, di regola, il titolare del brevetto può permettersi di praticare prezzi superiori alla media per tutto il tempo in cui l’esclusiva resta in vigore.

Nel contesto del venture capital, quindi, i brevetti sono asset essenziali per attrarre investimenti. I brevetti, oltre a servire come barriera all’ingresso per altri attori del mercato target, pur essendo beni immateriali, forniscono una prova “tangibile” della serietà e del potenziale di una Startup.

Un robusto portafoglio di brevetti può significativamente aumentare il valore di una Startup perché, grazie all’esclusiva legale, questa può agire senza intromissioni della concorrenza. Questo è il motivo principale per cui la strategia di brevettazione e di tutela della proprietà intellettuale per una startup tecnologica dovrebbero essere sempre ben pianificate e gestite con la dovuta cautela ed attenzione.

Quando si parla di brevetti, tale approccio strategico di prassi prevede:

  • Gestione della riservatezza: la diffusione del trovato inventivo, prima del deposito della domanda di brevetto determina la nullità del brevetto stesso a causa della predivulgazione distruttiva. Un esempio comune di questa situazione è la presentazione dell’invenzione senza le dovute precauzioni legali.
  • Verifica di brevettabilità: prima di investire in costosi procedimenti di brevettazione, occorre far eseguire verifiche preliminari, di natura tecnico-legale, in merito alla novità del trovato ed alla sua effettiva “brevettabilità”. Queste verifiche sono di solito condotte da avvocati e consulenti specializzati in proprietà intellettuale.
  • Brevettazione nazionale e internazionale: considerando il mercato globale e la scalabilità, è fondamentale per ogni Startup pianificare la protezione a livello nazionale e, se possibile, a livello internazionale del proprio portafoglio brevettuale. Tramite il Patent Cooperation Treaty (PCT), ad esempio, è possibile ottenere protezione in quasi 152 paesi attraverso una singola domanda internazionale, proteggendosi così su scala globale.
  • Gestione dei costi: I costi associati alla brevettazione e alla prosecution brevettuale possono essere elevati, specialmente per la protezione internazionale. Le startup devono bilanciare attentamente i costi e i benefici potenziali dell’estensione dei brevetti in diversi mercati, scegliendo di proteggersi in quei mercati in cui si aspettano di avere un maggiore impatto commerciale.
  • Enforcement e Difesa legale: L’attività di protezione del brevetto non termina con la sua concessione. Le startup devono essere preparate a difendere i loro brevetti da possibili violazioni, il che può richiedere significativi investimenti finanziari.

Infine, dopo aver immaginato una realtà distopica in cui Colombo fosse titolare del brevetto per il motore a scoppio, immaginiamone un’altra ancora dove egli  avesse superficialmente rinunciato alla brevettazione. I concorrenti, come i navigatori portoghesi, avrebbero potuto copiare e sfruttare questa tecnologia rivoluzionaria, solcando i mari liberamente e riducendo così il vantaggio competitivo di Colombo, il quale avrebbe visto i potenziali profitti e il monopolio commerciale evaporare in poco tempo.

Ovviamente, il supporto economico e strategico tipico del Venture Capital risulta indispensabile in tutte le fasi della strategia brevettuale e di tutela della proprietà intellettuale. Anzi, se la Startup è stata lungimirante tutelando la propria innovazione mediante un brevetto quantomeno nazionale, con l’apporto del Venture Capital si potrà far fronte alla tutela necessaria per proteggersi a livello internazionale (a condizione che vengano rispettate le tempistiche stringenti della normativa rilevante), massimizzando il valore commerciale della Startup grazie alla valorizzazione e alla tutela della proprietà intellettuale coinvolta. Durante il processo di due diligence, i venture capitalists esaminano in dettaglio il portafoglio di Proprietà Intellettuale delle startup per valutare non solo la correttezza e la solidità della tutela in atto ma anche, eventualmente, per migliorarla nell’ottica della salvaguardia del loro investimento.

Gli asset indispensabili per affrontare il mare in tempesta

Laturbolenza tecnologica è il fenomeno contemporaneo che sta trasformando radicalmente le dinamiche di mercato, ed è decisamente paragonabile all’oceano e alle correnti marine che dovette affrontare Colombo. Questa instabilità è alimentata soprattutto dall’accelerazione tecnologica, in primis dall’intelligenza artificiale, che obbliga le imprese a continuare ad adattarsi per sopravvivere e prosperare. E’ in questo contesto che sono costretti. Muoversi il Venture Capital e il Corporate Venturing. Quest’ultimo, in particolare, riguarda quelle società che decidono di avvicinare le Startup con il fine di penetrare mercati di nicchia o acquisire risorse tecnologiche avanzate a costi ridotti rispetto a quelli richiesti dallo sviluppo interno.

Soprattutto software e piattaforme web si configurano come soluzioni tecnologiche essenziali, rispondendo a specifiche esigenze del mercato o delle imprese stesse. È importante per le aziende che sviluppano software, sia internamente sia tramite fornitori esterni, proteggere gli investimenti effettuati. 

Anche se il copyright protegge i software come se fossero opere letterarie, sia come codice oggetto che come codice sorgente, non salvaguarda invece le logiche e i principi che stanno alla base del software stesso, protezione che sarebbe invece garantita dai brevetti. La tutela effettiva del software, quindi, si radica principalmente nella custodia, nella segretezza e nella disponibilità del codice sorgente, elemento chiave per la continuità aziendale.

È fondamentale anche la tutela del design, sia registrato che non, particolarmente rilevante nel campo tecnologico e per le interfacce utente. Questo tipo di protezione conferisce un vantaggio competitivo significativo, impedendo ai concorrenti di replicare aspetti estetici e, al contempo, funzionali dei prodotti. Inoltre, il design efficacemente tutelato contribuisce a rafforzare l’identità del brand e a migliorare l’esperienza utente, elementi sempre più decisivi per il posizionamento di mercato.

La gestione strategica della proprietà intellettuale richiede accordi ben strutturati con soci, dipendenti e collaboratori esterni per la protezione di know-how e altri asset IP. 

L’uso di strumenti come il software escrow, ad esempio, garantisce la continuità del servizio, essendo un accordo che permette l’accesso al codice sorgente, custodito da un terzo imparziale, in circostanze predeterminate, nelle ipotesi di conflitto tra committente e fornitore. Inoltre, la compliance normativa e regolamentare anche se non sempre stringente, in particolare per la protezione dei dati personali e delle informazioni nevralgiche come algoritmi e procedure segrete (si veda in particolare la ISO 27001), è comunque fondamentale per evitare sanzioni ma, soprattutto, per restare competitivi.

L’accelerazione tecnologica richiede un’attenzione costante alla protezione e alla gestione efficace della proprietà intellettuale, per garantire che le imprese non solo sopravvivano ma prosperino in un mercato in continua evoluzione. Le soluzioni software, il design innovativo e una solida strategia di tutela del know how e di altri diritti di proprietà intellettuale sono risorse indispensabili per gestire efficacemente la turbolenza contemporanea. 

Ecco perché le due diligence mirate e specialistiche nel Venture Capital stanno diventando la regola, proprio per prevenire la dispersione e contenere i rischi legati alla gestione improvvida della proprietà intellettuale.

La reputazione oltre l’investimento: il brand “Cristoforo Colombo”

Il viaggio di Cristoforo Colombo non fu soltanto un’esplorazione geografica; fu anche un evento memorabile per l’umanità. Anche se la figura di Colombo non è priva di aspetti controversi, l’avventura di Colombo così come il suo nome sono diventati simbolo di coraggio, scoperta e trasformazione. 

La gestione del nome, ossia del brand, è un aspetto fondamentale non solo per una Startup, ma per qualsiasi entità che voglia lasciare un’impronta durevole nel proprio settore.

Il brand di una Startup non è solo un orpello comunicazionale; è il cuore pulsante della sua identità, la cassaforte della sua reputazione e, pertanto, del suo avviamento commerciale. Un brand noto e ben riconoscibile rappresenta una promessa, una “storia” che si connette emotivamente con la clientela e si distingue nettamente dai concorrenti. 

L’identità di marca, se gestita correttamente, può accrescere significativamente il valore percepito dell’azienda, attirare investimenti e costruire una solida base di clientela affezionata.

La reputazione incorporata e tutelata dal marchio, intesa come percezione del brand da parte del pubblico, degli stakeholder e dei consumatori, è un asset immateriale di immenso valore, capace di avere un impatto molto concreti sul successo di un’impresa. Le aziende con una solida reputazione attraggono più facilmente collaborazioni di valore, ottengono condizioni più vantaggiose dai fornitori e godono di una maggiore fiducia da parte degli investitori. Questi benefici sono preziosi in mercati fortemente concorrenziali dominati dalla comunicazione: un marchio affidabile può fare la differenza tra il successo e il fallimento di un’impresa.

Per i venture capitalist, il valore del brand di una startup, in rapporto con quello degli altri asset immateriali coinvolti nella due diligence, è un indicatore chiave. Un brand forte può essere il segnale di un management capace e di un prodotto o servizio con un potenziale di crescita significativo. 

Oltre a fungere da indicatore di affidabilità e qualità, il brand deve essere registrato come marchio a livello nazionale e internazionale, con il fine di evitare che altri possano trarre indebitamente vantaggio dalla reputazione e dall’investimento fatti dalla startup.

La registrazione del marchio non solo protegge contro l’uso non autorizzato ma può anche servire come asset indispensabile durante operazioni di fusione, acquisizione, o nella negoziazione di licenze, dove il valore del marchio può aumentare significativamente quello effettivo di una startup nel suo complesso. In queste operazioni, il brand – ben definito e legalmente tutelato – può decisamente migliorare la valutazione dell’azienda, offrendo ai suoi proprietari una leva significativa nelle trattative.

La tutela legale del marchio è indispensabile per proteggere il legame tra l’impresa e la sua clientela oltre che per garantire che il potenziale attrattivo-pubblicitario accumulato nel tempo dal marchio rimanga di pertinenza esclusiva dell’azienda, potenzialmente all’infinito, accrescendone progressivamente il valore complessivo. Del resto, il nome “Colombo” o la data “1492” sono una perfetta esemplificazione del potere del brand, in considerazione della sua eredità indimenticabile.

Riproduzione riservata ©
Data di pubblicazione: 9 Maggio 2024
Avv. Arlo Cannela

Avvocato Arlo Canella

Managing Partner dello studio legale Canella Camaiora, iscritto all’Ordine degli Avvocati di Milano, appassionato di Branding, Comunicazione e Design.
Leggi la bio
error: Content is protected !!