TEMPI DURI PER L’EX CONIUGE: dall’assegno divorzile agli accordi prematrimoniali, le cose cambiano anche in Italia.

TEMPI DURI PER L’EX CONIUGE: dall’assegno divorzile agli accordi prematrimoniali, le cose cambiano anche in Italia.

TEMPI DURI PER L’EX CONIUGE: dall’assegno divorzile agli accordi prematrimoniali, le cose cambiano anche in Italia.

In questo periodo quantomeno effervescente per quanto attiene il Diritto di Famiglia, è giunto il momento di dire la nostra, se non altro per fornire una panoramica un po’ più organica e sistematica di quanto sta accadendo.

Lo faremo con un contributo “verista”, che vuole solo rimarcare quello che è stato il rivoluzionario revirement della Corte di Cassazione a fronte di importanti e persistenti elementi di continuità, oltre che di possibili ulteriori novità del prossimo (?) futuro.

1) Partiamo dalla pronuncia di portata rivoluzionaria, ovverosia la Sentenza nr. 11.504/2017, con cui la Suprema Corte – nella determinazione dell’assegno divorzile – pare avere abbandonato il consolidato parametro del “mantenimento del tenore di vita” goduto in costanza di matrimonio per passare al criterio della “indipendenza o autosufficienza economica.

Come noto, l’assegno divorzile ha una triplice natura, in particolare:
– una componente “assistenziale”, che – fino ad oggi – è stata appunto parametrata dai Giudici al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio;
– una componente “risarcitoria”, riconducibile alla colpa – ammesso che sia ravvisabile – del tracollo del vincolo coniugale;
– una componente “compensativa”, commisurata agli apporti (non solo economici) di ciascun coniuge alla conduzione familiare.

In esito alla sentenza di cui sopra, diciamo quindi che – pur persistendo la triplice natura dell’assegno divorzile – la componente assistenziale dovrebbe cessare di fungere da “garanzia vitalizia” per il coniuge economicamente più debole, dovendo invece costituire un mero supporto per il mantenimento di condizioni di vita decorose. La Cassazione, quindi, aderisce finalmente all’orientamento di svariati altri ordinamenti europei, chiamando il “coniuge economicamente debole” a rispondere delle conseguenze della scelta, liberamente presa, di sposarsi («È necessario superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come “sistemazione definitiva”. È ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato dell’unione come atto di libertà e di autoresponsabilità»).

Si è trattato, a ben vedere, di una “rivoluzione annunciata”: non solo perché in linea con gli orientamenti degli altri Paesi europei nei quali l’assegno divorzile dipende essenzialmente dai patti prematrimoniali, ma anche perché, negli ultimi tempi, si era già registrata una maggiore rigidità da parte dei Tribunali di merito (sempre più inclini a circoscrivere il riconoscimento dell’assegno ai casi di comprovata impossibilità a procurarsi un reddito da parte del coniuge più debole).

2) Passiamo quindi a un’altra importante pronuncia, sempre della Suprema Corte, la nr. 12196/2017 del 16 maggio di quest’anno, resa all’esito di un processo che vede come parte in causa l’ex Premier Silvio Berlusconi.

La Corte di Cassazione, facendo esplicito riferimento alla pronuncia di cui al punto 1), ha ribadito che i presupposti per la concessione (o meno) dell’assegno divorzile sono inapplicabili al giudizio di separazione, poiché fra divorzio e separazione c’è una differenza fondamentale, data dalla permanenza del vincolo coniugale nel corso della separazione.

Da ciò deriverebbe un dovere di assistenza materiale (diverso dalla solidarietà post-coniugale) di cui l’assegno di mantenimento rappresenterebbe la concretizzazione. Gli Ermellini, d’altro canto, hanno sottolineato come la situazione di separazione non sia necessariamente irreversibile, potendo anche rivelarsi meramente temporanea. Fatto sta che, ricorrendo i presupposti per la concessione dell’assegno di mantenimento, la componente assistenziale dello stesso rimane ancorata al criterio del “mantenimento del tenore di vita”.

3) Dopo aver analizzato l’elemento giurisprudenziale di continuità col passato, c’è da dire che le novità non sembrano essere finite. Pare siano in arrivo anche in Italia, infatti, gli accordi prematrimoniali [il che si porrebbe anche in linea di continuità con i principi ispiratori della Sentenza nr. 11.504/2017 – cfr. punto 1)].

È quanto prevede il Disegno di Legge nr. 2669 (“Modifiche al codice civile e altre disposizioni in materia di accordi prematrimoniali“), attualmente al vaglio della Commissione Giustizia della Camera.

I prenuptial agreement, in Italia ancora vietati, sono invece la regola in molti Paesi esteri.

In breve, il testo attualmente al vaglio del Legislatore prevede:
– la possibilità per i futuri coniugi, prima delle nozze, di stipulare «accordi prematrimoniali volti a disciplinare i rapporti dipendenti dall’eventuale separazione personale e dall’eventuale scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio»;
– qualora vi siano dei minori (o dei figli maggiorenni non ancora economicamente indipendenti), la necessità dell’autorizzazione del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente, il quale – nel caso in cui dovesse ritenere che gli accordi non rispondano all’interesse dei figli – ne dovrà fornire motivazione esortando le parti a una riformulazione dei patti o negando l’autorizzazione tout court;
– la possibilità di pre-accordarsi sulla misura dell’eventuale mantenimento (nel limite di non oltre la metà del proprio patrimonio) così come di rinunciare allo stesso (con l’obbligo di fare salvo solo il diritto agli alimenti ex artt. 433 e seguenti del codice civile);
– la possibilità di trasferire all’altro coniuge o a un terzo «beni o diritti destinati al mantenimento, alla cura o al sostegno di figli disabili per la durata della loro vita o fino a quando permane lo stato di bisogno, la menomazione o la disabilità»;
– la possibilità di stipulare o modificare i patti anche in costanza di matrimonio, purché prima che inizi l’eventuale giudizio di separazione fra i coniugi;
– la possibilità di accordarsi in deroga al divieto dei patti successori e alle norme in materia di riserva del coniuge legittimario (per quanto riguarda uno o entrambi i coniugi), purché restino salvi i diritti degli altri legittimari.

 


Orbene, a conclusione di questa breve panoramica, mi sento di dire che tutto va nella direzione di trasformare l’istituto del matrimonio da negozio giuridico bilaterale (personalissimo) di Diritto di Famiglia a quello che per molti già è: un contratto a tutti gli effetti.

Se poi tutte queste riforme convergano (come sembrerebbe e si spera!) verso la reale parità di genere è, invece, un qualcosa che potremo appurare solo in futuro, perché queste modifiche normative – per essere davvero efficaci nel senso predetto – devono essere il mero corollario di una società paritetica a 360°.