SEPARAZIONE E AFFIDAMENTO CONDIVISO… DEGLI ANIMALI DOMESTICI

SEPARAZIONE E AFFIDAMENTO CONDIVISO… DEGLI ANIMALI DOMESTICI

SEPARAZIONE E AFFIDAMENTO CONDIVISO… DEGLI ANIMALI DOMESTICI

Premettiamo che la legislazione in materia è ancora a dir poco lacunosa: basti pensare che l’Italia – con legge 04/11/2010, nr. 201 – ha ratificato la “Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia” (stipulata a Strasburgo il 13 novembre 1987), eppure fino a neanche 1-2 anni fa ci si poneva il dubbio (di matrice assolutamente pratica) se fossero pignorabili o meno anche gli animali da compagnia (ai fini del presente contributo, eviteremo scientemente di parlare di mandrie, greggi, eccetera).

Almeno per quanto riguarda i cc.dd. “animali da compagnia” («ogni animale tenuto, o destinato ad essere tenuto dall’uomo, in particolare presso il suo alloggio domestico, per suo diletto e compagnia», cfr. Convenzione sopra richiamata), comunque, possiamo serenamente affermare che – ormai – la strada è segnata: l’equiparazione ai figli (minori/maggiorenni non autosufficienti) è sempre più evidente.

Come sta avvenendo questo cambio di rotta? Vediamolo assieme.

Fino ancora all’inizio di quest’anno (cfr., per esempio, Trib. di Como, provvedimento del 03 febbraio), i Magistrati di merito – in permanente assenza di una specifica previsione normativa sul punto (una proposta di legge giace in Parlamento da molti anni) – erano soliti sostenere che, nel caso di separazione consensuale tra i coniugi, le parti possono liberamente accordarsi in merito alla frequentazione e al mantenimento del proprio cane e che l’accordo si considera meritevole di tutela da parte dell’ordinamento in quanto non urta con alcuna norma imperativa di Legge, né con principi di ordine pubblico; d’altro canto, nell’ipotesi in cui ci sia contrasto tra i coniugi (separazione contenziosa), i giudici della separazione si dichiaravano per lo più non tenuti a occuparsi dell’ assegnazione degli animali da compagnia all’uno o all’altro, né della loro relazione con gli stessi.

Atteso che gli animali (per lo meno quelli da compagnia) non sono più considerati “cose”, bensì per quello che effettivamente sono (ovverosia “esseri senzienti”), la conflittualità sulla gestione degli stessi è un tema di sempre maggiore attualità, e casi come quello in esame si verificano sempre più di frequente. È quindi senza dubbio legittima facoltà dei coniugi (in sede di separazione) quella di regolarne la collocazione presso l’uno o l’altro domicilio, unitamente alle modalità che ciascuno dei proprietari dovrà seguire per il mantenimento dell’animale/degli animali.

Il Tribunale comasco sopra citato, a ben vedere, non è stato così innovativo, se è vero (come è vero) che la prima sentenza “dirompente” in materia sembra essere quella emessa dal Tribunale di Cremona nell’ormai lontano 11 giugno 2008, in cui si decideva di equiparare gli animali domestici ai figli minori, estendendo anche ai cani le garanzie previste per l’affido condiviso della prole (invito alle parti affinché trovassero un accordo che garantisse di potersi prendere cura congiuntamente dei due cani; obbligo di ripartizione al 50% delle spese per il mantenimento degli animali; e via discorrendo).

È pur vero che, nonostante qualche “coraggioso” tentativo, l’orientamento prevalente (del Tribunale di Milano in primis) ha proseguito nel ritenere che – non essendo (ancora) previsto nel nostro ordinamento l’istituto giuridico dell’affidamento o dell’assegnazione degli animali domestici – non fosse compito del Giudice della separazione quello di occuparsi dell’assegnazione degli animali di affezione all’uno o all’altro contendente, né della loro relazione con gli stessi, mentre nulla ostasse a “benedire” con l’omologazione un eventuale accordo fra i litiganti sul punto.

La Giurisprudenza sul punto, però, si sta evolvendo e – come sempre più spesso avviene nel nostro Paese – si sta inevitabilmente sostituendo all’inerte Legislatore nel regolamentare tutti i casi di separazione, anche conflittuali e fra coppie di fatto.

Poiché «Nel nostro ordinamento manca una norma di riferimento che disciplini l’affidamento di un animale domestico in caso di separazione dei coniugi o dei conviventi», il Tribunale di Roma (15 marzo 2016, sent. nr. 5322) ha ritenuto di “andare oltre” e ha optato per l’affido condiviso di un cagnolino di nove anni, per la cura del quale due ex conviventi erano giunti alle vie legali. Quasi come avrebbe fatto per un minore, il Giudice monocratico romano si è spinto nel dettaglio, prevedendo che adesso il cane vivrà sei mesi con l’uno e sei mesi con l’altra «con facoltà per la parte che nei sei mesi non lo avrà con sé, di vederlo e tenerlo due giorni la settimana, anche continuativi, notte compresa». La turnazione comincerà con la ex convivente, che per tre anni è stata privata della compagnia del cane (illegittimamente sottrattole dall’altro proprietario durante le vacanze natalizie del 2011) e poiché l’ex compagno non glielo aveva più fatto rivedere, l’uomo è stato (giustamente) condannato a pagare le spese di lite, per aver privato la ex di «un affetto fortemente percepito e privandone lo stesso cane» (un vero e proprio addebito della separazione, insomma). Il Magistrato ha sostenuto che l’affidamento condiviso deve ritenersi «applicabile anche se le parti non erano sposate» poiché ormai si tende sempre più «ad equiparare la famiglia di fatto a quella fondata sul matrimonio», e traendo indicazione in tal senso anche dalla proposta di legge attualmente al vaglio parlamentare, che vorrebbe estendere «la competenza del Tribunale a decidere dell’affido dell’animale anche alla cessazione della convivenza more uxorio».

In attesa che il Legislatore si dia una mossa e introduca nell’ordinamento una norma che – allo stato – sembra sempre più necessaria (il disegno di legge attuale introdurrebbe nel Codice Civile un articolo dedicato, il 445-ter, del seguente tenore:  «in caso di separazione dei coniugi, proprietari di un animale familiare, il Tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, a prescindere dal regime di separazione o di comunione dei beni e a quanto risultante dai documenti anagrafici dell’animale, sentiti i coniugi, i conviventi, la prole e, se del caso, esperti di comportamento animale, attribuisce l’affido esclusivo o condiviso dell’animale alla parte in grado di garantirne il maggior benessere. Il tribunale è competente a decidere in merito all’affido di cui al presente comma anche in caso di cessazione della convivenza more uxorio»), la strada per la tutela (anche) di questi legami affettivi è ormai chiaramente tracciata.