Esaurimento delle idee, opere derivate ed esempi “di scuola” (dove meno te li aspetti)

Esaurimento delle idee, opere derivate ed esempi “di scuola” (dove meno te li aspetti)

Esaurimento delle idee, opere derivate ed esempi “di scuola” (dove meno te li aspetti)

Uno dei problemi della nostra epoca è senz’altro l’esaurimento della verve creativa: lo si può agevolmente appurare in qualsiasi ambito sociale, da quello imprenditoriale, passando attraverso quello brevettuale e arrivando all’ambito artistico.

Quale che sia il frangente sociale preso in esame, osserveremo quasi inevitabilmente una gran quantità di soggetti che “prendono spunto” dal precedente operato altrui. A volte si tratta di un comportamento oserei dire fisiologico (tali sono la maturità e, grazie alle nuove tecnologie, la velocità di elaborazione della nostra società che è davvero arduo inventarsi qualcosa che – almeno in qualche misura – non sia già stato “pensato” da altri); altre volte il comportamento è frutto di un atteggiamento verso gli altri più parassitario e predatorio. A volte il comportamento è lecito e, addirittura, può essere ritenuto meritevole di tutela specifica da parte dell’ordinamento; altre volte il comportamento è illegittimo e può essere sanzionato.

Nel contesto di questa delicata e (a volte) sottile differenza si collocano le c.d. “opere derivate”. Per “opera derivata” si intende un’opera creata a partire da una o più opere già esistenti (e che quindi ne include alcuni aspetti che possono essere protetti dal diritto d’autore altrui). L’autore dell’opera derivata (la traduzione di un romanzo, per esempio) godrà a sua volta della protezione del diritto d’autore sulla traduzione, ma i diritti dell’autore dell’opera originale dovranno essere rispettati.

L’eccezione a questa regola è rappresentata dalle rielaborazioni di carattere satirico e/o parodistico (che potrebbero essere anche finalizzate alla commercializzazione), le quali non richiedono l’autorizzazione dell’autore dell’opera originale.

Detta così, sembra facile, ma non lo è affatto: quando l’autore di una rielaborazione artistica si è allontanato a sufficienza dall’opera originale da poter agire senza l’autorizzazione altrui? La giurisprudenza in materia non è così ricca e, purtroppo, trattandosi di una materia altamente specifica, capita non abbia il pregio di promanare da giudici così illuminati. I precedenti più celebri ed istruttivi sono sicuramente quelli made in USA, ma non intendo tediarvi con l’illustrazione di una case history che risulterebbe esorbitante ai fini del presente articolo.

Mi limiterò a farvi un esempio (e mi viene un po’ da ridere a pensare a cosa direbbe Banksy, artista notoriamente “contro il Sistema”, se sapesse che utilizzo una sua opera proprio per spiegare come funzionano alcune delle regole di quel Sistema!).

L’opera di cui parlo è la stampa “Napalm” (nota anche come “Can’t Beat That Fealing”). Si tratta, evidentemente, della rielaborazione artistica e critica della celeberrima fotografia con cui Huỳnh Công Út – nel 1972 – vinse nientepopodimeno che il premio Pulitzer (e qui potremmo dissertare all’infinito della natura di opera d’arte fotografica piuttosto che di semplice “foto accreditata” dello scatto in questione; fatto è che Banksy la rielabora).

Non solo. La rielabora utilizzando anche quelli che sono due marchi registrati (anche Mickey Mouse lo è!) di caratura planetaria: TUTTO perfettamente LECITO.

A ben vedere, il famoso Artista di strada non si cura dei diritti d’immagine di Phan Thị Kim Phúc (la – ai tempi della foto originale – bambina che Huỳnh Công Út poté ritrarre grazie al diritto di cronaca), ma questa è un’altra storia e vengono in conto altre norme. Alla prossima!