EREDITÀ?! BISOGNA ANCHE “MERITARSELA”!

EREDITÀ?!     BISOGNA ANCHE “MERITARSELA”!

EREDITÀ?! BISOGNA ANCHE “MERITARSELA”!

Come noto pressoché a tutti, alla morte di un proprio caro, la Legge garantisce agli eredi cc.dd. “legittimari” (primi fra tutti i figli e il coniuge) di acquisire delle quote minime (Artt. 535 e ss. Codice Civile) del patrimonio del defunto; altrimenti detto, se – mediante testamento – il de cuius dovesse aver violato queste quote minime, le relative disposizioni potrebbero essere impugnate in Tribunale.

Ma esiste anche la possibilità che un soggetto vada a ledere queste quote (ancora meramente “potenziali”) dilapidando il proprio patrimonio mentre è ancora in vita. Ecco quindi che vengono in conto degli istituti finalizzati – in primo luogo – a proteggere il soggetto eccessivamente prodigo dal rischio di futura indigenza, ma anche – indirettamente – a preservare il patrimonio ereditario: si tratta della curatela e, per i casi più gravi, della tutela.

La curiosa vicenda di cui ci occupiamo oggi, regolata dalla Cassazione (Sezione I civile) con la recente Sentenza nr. 786/2017, si colloca in quest’ambito.

Le tre figlie di Tizio, preoccupate a causa di quelli che – almeno a loro parere – costituivano atti di estrema liberalità compiuti dal padre nei confronti di amici vari, decidevano di adire il Tribunale chiedendo che questo volesse dichiarare l’inabilitazione del genitore per prodigalità (ex Art. 415, secondo comma Codice Civile) e gli volesse affiancare un curatore. Il Tribunale accoglieva la richiesta delle signore.

Veniva quindi presentato appello e la Corte, ribaltando il giudizio di primo grado, revocava la nomina del curatore provvisorio, escludendo che l’uomo fosse affetto da malattie mentali o disturbi psichiatrici di sorta, ivi inclusi il deterioramento cognitivo e la prodigalità.

Secondo la Corte d’Appello, i disinvestimenti immobiliari e le spese di Tizio tanto criticati dalle figlie non erano frutto di prodigalità o, in generale, dell’incapacità di valutare i propri beni, bensì erano atti razionali e finalizzati al raggiungimento di scopi meritori o, quantomeno, incensurabili da parte dell’Ordinamento: vuoi che si trattasse di “compensare” con un aiuto economico l’affetto dimostratogli da una persona estranea al nucleo familiare (ma comunque a lui cara), vuoi che si trattasse di palesare la propria attrazione per una certa persona, e via discorrendo. La Corte di secondo grado sottolineava pure che, per quanto l’uomo avesse posto in essere azioni economicamente svantaggiose, le stesse erano state sempre caratterizzate da lucidità e misura, senza eccessi rispetto a quanto gli era consentito dalle proprie possibilità.

La Corte d’Appello, inoltre, non mancava di stigmatizzare come le tre figlie si fossero allontanate dal padre da circa vent’anni, disinteressandosi completamente di lui e dei suoi bisogni; il loro improvviso riavvicinamento, quindi, sarebbe stato finalizzato solo alla preservazione (egoistica) del patrimonio ereditario.

La Suprema Corte ha pienamente confermato l’operato dei Giudici d’Appello: non va dichiarato inabile per prodigalità l’anziano padre che decide di compiere atti di liberalità nei confronti di persone a lui care e vicine (al posto di lasciare il patrimonio in eredità a figli assenti da anni nella sua vita).

La Corte di Cassazione, d’altro canto, non ha fatto altro che ancorarsi per l’ennesima volta ad un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato: la prodigalità, come autonoma causa di inabilitazione, non deve scaturire per forza da malattia mentale, ma deve discendere – quantomeno – da atteggiamenti “censurabili” da parte dell’Ordinamento (frivolezza, vanità, noncuranza per i vincoli di solidarietà familiare, eccetera).

L’atteggiamento di Tizio, invece, pur sortendo l’effetto materiale di depauperare il proprio patrimonio (a favore di persone restate lui vicine, fra cui – in primis – l’unico figlio rimastogli accanto e una coppia di amici), presentava i crismi di una fisiologica e lucida reazione al tracollo patologico di gran parte dei propri legami familiari.

Avv. Daniele CAMAIORA, LL.M. – Foro di Milano

Specializzatosi fin dall’inizio della carriera in Diritto Industriale e Diritto d’Autore, la sua attività è ora largamente dedicata anche al Diritto del Lavoro e al Diritto di Famiglia.