Arte morale o immorale?

Arte morale o immorale?

Arte morale o immorale?

La norma che stabilisce il contenuto dettagliato di cosa sia la moralità pubblica non esiste. Il mondo artistico subisce e gode all’interno dei confini del comune senso del pudore che la società gli impone in quel preciso e dato momento storico, e che potrebbe cambiare nel giro di qualche decennio.

Nella civiltà ellenica il tema dell’erotismo ad esempio veniva promosso senza censura sia nelle arti figurative sia nella letteratura. Basti pensare alle rappresentazioni dei crateri greci, leggere le commedie di Aristofane, o assistere alla Atellana. L’arte e la morale nella Grecia antica periodo convivevano quindi armoniosamente con il supporto di usi, costumi, consuetudini e leggi.

Memmo di Filippuccio Camera del Podestà, San Gimignano.

Memmo di Filippuccio, Camera del Podestà, San Gimignano.

Con il giudeo-cristianesimo la morale ha iniziato a comprimere l’arte (sia negli usi sia attraverso il sistema normativo) ma questa pressione non ha di certo attenuato l’audacia di certe produzioni artistiche. Tant’è che il Medioevo è stato un autentico concentrato di scritti licenziosi – più o meno pubblici – ancora oggi ben conosciuti.

Saltando alle epoche successive Donatien-Alphonse-François de Sade, il divin Marchese, per molto tempo fu ritenuto un autore immorale o di scarso valore, essendo rivalutato solamente nel XX° secolo: oggi è il riconosciuto “idolo” di certi amatori.

Gustave Flaubert fu processato per oscenità nel gennaio del 1857 da Ernest Pinard: il suo romanzo Madame Bovary, edito a puntate, raccontava dell’adultera Emma, moglie di un medico di campagna, delle sue illusioni romantiche e dei suoi legami adulteri. Questo turbò non poco i tradizionalisti francesi che all’epoca erano retti da Napoleone III, soprannominato non a caso da Victor Hugo “il piccolo” poiché basso di statura, “parente” del grande Napoleone Bonaparte, e bigotto. Eppure Gustave Flaubert fu assolto.

bovarySènard, il suo avvocato, convinse il Tribunale della mancanza dell’elemento soggettivo nei reati di disprezzo della morale pubblica e religiosa ipotizzati dall’accusa e contenuti nelle pagine 73, 77, 78, 272, 273, del romanzo. Recita infatti la sentenza…

“Il Tribunale dopo aver sentito la difesa sollevata dal signor Sénard per Flaubert, il signor Desmarest per il signor e la signora Pichat Faverie (gli stampatori), ha presentato l’udienza il giorno 7 febbraio e la sentenza, che è stata redatta come segue […] considerando che l’autore in prima persona ha esposto i pericoli che derivano da un uso improprio nell’ambiente in cui debbano vivere l’istruzione, e il perseguimento di questa idea, ha mostrato la donna, il personaggio principale del suo romanzo, bramante di un mondo e di una società dove la modesta condizione infelice cui il destino l’avrebbe portata, facendo dimenticare i suoi doveri di madre, e come moglie l’omissione dei suoi compiti, introducendo successivamente il suo adulterio in casa e la distruzione, e finendo miseramente nel suicidio, dopo aver attraversato tutte le fasi della dissoluzione più completa. Egli ha sbagliato solo alcune volte perdendo di vista le regole che come ogni scrittore che si rispetti non dovrebbe mai aver compiuto, dimenticando che la letteratura, come l’arte, per fare del bene non deve solo essere casta e pura nella sua forma e nella sua espressione […]

In queste circostanze dal momento che non è sufficientemente provato che Pichat, Gustave Flaubert e Pillet sono colpevoli dei reati loro imputati il tribunale li assolve.”

Gazette des tribunaux, 9 Febbraio 1857

In sostanza il Tribunale ha riconosciuto la pubblicazione come oscena, ma non è stata provata la volontà di Flaubert di violare il comune sentimento del pudore della società.

Non solo in Francia i Tribunali si sono occupati di regolare i rapporti tra arte e morale.

L’Inghilterra ad esempio ha chiuso l’era del moralismo vittoriano con una sentenza destinata a segnare la storia sia della letteratura che del costume. Il romanzo “scandaloso”, il celebre L’amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence, venne assolto dall’accusa di oscenità e poté circolare liberamente in patria come altrove. Piccola differenza con Flaubert: in questo caso sotto accusa ci finì… il romanzo e non il suo autore.

Oggi in Italia le norme di riferimento in tema di moralità sono contenute negli articoli 527 (Atti osceni), 528 (Pubblicazioni e spettacoli osceni) e 529 (Atti e oggetti osceni: nozione) del Codice Penale in combinazione con gli articoli 24 (ratio legis: uguaglianza dei cittadini) e 25 (ratio legis: principio di legalità) della Carta Costituzionale. Nel primo comma dell’art. 529 CP la condotta punibile viene determinata in generale dal senso comune delle cose; la norma utilizza una formula ampia atti osceni che offendono il comune sentimento del pudore”, ciò permette la sua applicazione in maniera costante nel tempo e in evoluzione con i cambiamenti sociali; il sentimento del pudore infatti è molto elastico e si evolve con gli usi e i costumi della comunità.

La norma poi sancisce espressamente la libertà dell’arte.  La punibilità  viene esclusa per quelle opere d’arte o di scienza che, in quanto tali, non possono essere considerate oscene.

In mancanza di una definizione legislativa in grado di fare chiarezza sui concetti di opere d’arte – soprattutto nell’arte contemporanea – e di scienza, la giurisprudenza ha ritenuto che le prime debbano identificarsi in quelle manifestazioni in cui vi è equilibrio tra mezzo espressivo ed emozione interiore, mentre le seconde si differenzierebbero in quanto lavori scientificamente significativi.

Nel giudicare un’opera che violi o meno il comune sentimento del pudore dunque non bisognerà né tenere in considerazione esclusivamente il parametro dato dalla effettiva intenzione dell’artista (ciò renderebbe infatti accettabile qualunque opera, senza tener in considerazione la morale collettiva) né il parametro dato dalle opere precedenti e quindi dall’arte più tradizionale e classica (ciò renderebbe infatti inaccettabile qualunque tipo di sperimentazione).

Morale o immorale? Quale potrebbe essere una giusta regola per determinare quando l’arte è conforme al senso del pudore comune?

Per qualcuno, tesi che noi abbracciamo volentieri, bisogna giudicare l’opera senza trascurare quella che è (o è stata) la più intima intenzionalità dell’artista durante l’atto creativo. Essa dovrà però  emergere con chiarezza nell’opera, indipendentemente dall’interpretazione soggettiva dello spettatore.

Quando l’artista utilizza un codice di comunicazione che rischi di risultare contrario al sentimento del comune pudore quindi potrà proteggere la sua opera da eventuali contestazioni (anche penali), cercando di introdurre nell’opera stessa o nel materiale che di essa costituisce un accompagnamento o una presentazione, la sua reale volontà artistica. In questo modo la libertà espressiva  potrà essere salvaguardata e adeguatamente protetta dal sentimento del pudore che a volte rischia di comprimere eccessivamente lo spazio espressivo dell’artista.


Nicoletta M. Barbaglia, avvocato in Milano, professionista esperto di Diritto Civile e Diritto dell’Arte.